Perché i libri allungano la vita, Umberto Eco


Perchè i libri allungano la vita di Umberto Eco

Il libro è un’assicurazione sulla vita, una piccola anticipazione di immortalità.

Perché i libri allungano la vita – Umberto Eco

Sabato scorso sono andato a comprare un quotidiano. Erano anni che non lo facevo. Di solito le (poche) notizie che seguo le leggo on-line. I libri (per la maggior parte) li leggo cartacei.

Sono andato a comprare un quotidiano perché c’era in allegato un libriccino che volevo avere tra le mie mani. “Perché i libri allungano la vita” di Umberto Eco tratto dalla Bustina di Minerva, una rubrica settimanale che Umberto Eco ha curato dal 1985 fino a pochi giorni prima della sua morte.

Ogni bustina è una perla di saggezza. Riflessioni, filosofia e ironia.

Nei siti dei così detti “esperti” si trova sempre il post “come scrivere un titolo perfetto”. Centinania di parole su come scrivere il titolo per piacere a Google ed essere efficaci. Io invece mi permetto di consigliarti di leggere le Bustine di Umberto Eco. Ogni rubrica ha un nome musicale, ironico, leggero. Ti invita ad andare a scoprire cosa c’è scritto dentro.

Prendiamo i titoli delle rubriche contenute nel libriccino che ho tra le mie mani:

  • Perché I libri allungano la vita
  • A prescindere da Totò è meglio Chaplin
  • Allegria! M’illumino d’immenso
  • Nozionismo e nozioni
  • Elogio dei classici
  • Un trattato sugli stuzzicadenti
  • Perché mai il poeta deve oziare?
  • Il primo dovere degli intellettuali. Stare zitti quando non servono a nulla.
  • Cosa pensava Leopardi delle ragazze di Recanati?
  • Quanti libri non abbiamo letto?
  • Trionfo e tramonto della stroncatura

Mi vengono in mente, leggerezza, curiosità, parole che risuonano, bellezza e voglia di tuffarmi a leggere.

Vorrei solo condividere con te alcuni frasi delle mie tre Bustine preferite.

Perché i libri allungano la vita

tratto da Umberto Eco, La Bustina di Minerva, Perchè i libri allungano la vita, 1991

Quando oggi si leggono articoli preoccupati per l’avvenire dell’intelligenza umana di fronte a nuove macchine che si apprestano a sostituire la nostra memoria, si avverte un’aria di famiglia.

Chi ne sa qualcosa riconosce subito quel passo del Fedro platonico, citato innumerevoli volte, in cui il faraone, al dio Toth inventore della scrittura, chiede preoccupato se quel diabolico dispositivo non renderà l’uomo disadatto a ricordare, e quindi a pensare.

Lo stesso moto di terrore deve aver colto chi ha visto per la prima volta una ruota. Avrà pensato che avremmo disimparato a camminare.

Il disagio verso nuove forme di cattura della memoria si è presentato in ogni tempo. Di fronte ai libri a stampa, su cartaccia che dava l’idea che non avrebbe resistito per più di cinque o seicento anni, e con l’idea che quella roba poteva ormai andare per le mani di tutti, come la Bibbia di Lutero, i primi acquirenti spendevano una fortuna per far miniare i capilettera a mano, onde avere l’impressione di possedere ancora manoscritti su pergamena.

Oggi i libri sono i nostri vecchi.

Non ce ne rendiamo conto, ma la nostra ricchezza rispetto all’analfabeta (o di chi, alfabeta, non legge) è che lui sta vivendo e vivrà solo la sua vita e noi ne abbiamo vissute moltissime.

Ricordiamo, insieme ai nostri giochi d’infanzia, quelli di Proust, abbiamo spasimato per il nostro amore ma anche per quello di Piramo e Tisbe, abbiamo assimilato qualcosa della saggezza di Solone, abbiamo rabbrividito per certe notti di vento a Sant’Elena e ci ripetiamo, insieme alla fiaba che ci ha raccontato la nonna, quella che aveva raccontato Sheherazade.

A qualcuno tutto questo dà l’impressione che, appena nati, noi siamo già insopportabilmente anziani. Ma è più decrepito l’analfabeta (di origine o di ritorno), che patisce di arteriosclerosi sin da bambino, e non ricorda (perché non sa) che cosa sia accaduto alle Idi di Marzo.

Naturalmente potremmo ricordare anche menzogne, ma leggere aiuta anche a discriminare. Non conoscendo i torti degli altri l’analfabeta non conosce neppure i propri diritti.

Il libro è un’assicurazione sulla vita, una piccola anticipazione di immortalità.

All’indietro (ahimè) anziché in avanti. Ma non si può avere tutto.

Elogio dei classici

tratto da Umberto Eco, La Bustina di Minerva, Elogio dei classici 1993

Dicono che in questo periodo di crisi del libro vendono bene i classici. E non solo quelli a mille lire, ma anche quelli in cofanetto.

Perché i classici danno sicurezza? Perché un classico è un autore che, specie in periodi in cui si copiava a mano, ha indotto molti a ricopiarlo, e lungo i secoli ha sconfitto l’inerzia del tempo e le sirene dell’oblio.

Si sono anche salvati autori che non valevano il costo della pergamena, mentre altri, forse grandissimi, sono stati condannati alla dimenticanza perpetua; ma statisticamente la comunità degli uomini ha reagito sulle basi di un sano buon senso, e ci sono forti probabilità che un autore diventato classico abbia ancora qualcosa di buono da dirci.

Una seconda ragione è che in un periodo di crisi si rischia di non sapere più chi siamo. Ora un classico non solo ci dice come si pensava in un tempo lontano, ma ci fa scoprire che e perché oggi pensiamo ancora in quel modo.

Leggere un classico è come psicanalizzare la nostra cultura attuale, si ritrovano tracce, ricordi, schemi, scene primarie… Ecco, si esclama, io ora capisco perché sono cosí – o perché qualcuno si sforza di volermi cosí: la faccenda è cominciata da questa pagina che ora sto leggendo. E ci si ritrova ancora a essere aristotelici, o platonici, o agostiniani, nel modo in cui organizziamo la nostra esperienza – e persino nel modo in cui sbagliamo a farlo.

La lettura dei classici è un viaggio alle radici. Spesso non si cercano le radici per nostalgia di qualcosa che si è conosciuto, ma per il vago sentimento di essere cresciuti da un ceppo ignoto.

L’americano di nascita, che improvvisamente avverte il bisogno di tornare (andandoci per la prima volta) al paese in cui sono nati i suoi nonni, sta facendo un viaggio motivato da una nostalgia virtuale.

Ogni lettore che scopre i classici è un americano, naturalizzato da infinite generazioni, che avverte il bisogno di sapere qualcosa sui propri antenati, per ritrovarne la presenza nei propri pensieri, gesti, tratti del volto.

L’altra bella sorpresa che spesso i classici ci riservano è di accorgerci che erano più moderni di noi. Rimango sempre esterrefatto di fronte a certi pensatori d’oltre oceano, culturalmente sradicati, dalle bibliografie che non riportano se non libri pubblicati nell’ultimo decennio, che elaborato una certa idea, e spesso la sviluppano male, senza sapere che una idea analoga era stata sviluppata meglio mille anni fa (o che già mille anni fa si era dimostrata sterile).

L’altro giorno è venuto da me uno studente di filosofia, che mi ha chiesto che cosa deve leggere per imparare a ragionar bene.

Gli ho suggerito il Saggio sull’intelletto umano di Locke.

Mi ha chiesto perché proprio quel libro, e gli ho risposto che se quel giorno fossi stato di umore diverso avrei potuto benissimo suggerirgli in cambio un dialogo di Platone, o il Discorso del metodo.

Ma siccome bisogna pur cominciare da qualche parte, con Locke avrebbe avuto l’esempio di un signore che ragionava bene, chiacchierando amabilmente con gli amici, e senza bisogno di usare parole difficili. Mi ha chiesto se quella lettura gli sarebbe servita per una certa ricerca che stava facendo.

Gli ho detto che gli sareebbe servita anche se poi avesse fatto il venditore di macchine usate. Avrebbe semplicemente conosciuto un uomo che valeva la pena di conoscere. A questo serve la lettura dei classici.

Quanti libri non abbiamo letto?

tratto da Umberto Eco, La Bustina di Minerva, Quanti libri non abbiamo letto? 1997

In occasione del salone del libro di Torino è stata condotta una inchiesta presso vari intellettuali per sapere quali libri non avessero mai letto. Come era prevedibile le risposte sono state variate ma tutti gli interrogati sembrano aver risposto senza false vergogne.

Così abbiamo scoperto che alcuni non hanno letto Proust, altri Aristotele, altri ancora Hugo e Tolstoj, o Virginia Woolf, compreso un illustre biblista che non ha mai letto per intero dal principio alla fine la Summa Theologica di san Tommaso il che è più che naturale, perché opere del genere le legge puntigliosamente dalla prima pagina all’ultima solo chi ne fa l’edizione critica.

Alcuni non si rammaricano di non aver letto Joyce, altri ostentano di non aver mai letto la Bibbia, non rendendosi conto che queste lacune non li distinguono ma li massificano. Giorgio Bocca ha asserito di aver abbandonato dopo poche pagine sia il mio ultimo romanzo che il Don Chisciotte, e trabocco di gratitudine per questo immeritato apparentamento.

D’altra parte a leggere troppo, come Don Chisciotte, va il cervello in acqua.

Questa inchiesta è stata secondo me di grande interesse per i lettori comuni. Essi infatti (se sono lettori e non analfabeti di ritorno) vivono sempre nell’angoscia di non avere letto qualcosa che secondo la voce comune è essenziale avere letto; e scoprire che tanti nomi illustri confessano carenze abissali non poteva che confortarli.

Tuttavia mi rimane un sospetto, e un timore. Che i lettori comuni attribuiscano queste dichiarazioni a snobismo (pensando che di fatto gli interrogati abbiano letto di nascosto quello che fanno finta di non aver letto). Se così fosse i lettori comuni non solo non avrebbero superato il loro complesso di inferiorità, ma anzi lo avrebbero accresciuto, perché si scoprirebbero esclusi dal numero di quegli eletti che possono dire senza vergogna di non aver mai letto D’Annunzio, senza essere per questo considerati come trogloditi.

Ebbene, vorrei confortare i lettori comuni provando come sia vero che tutti quegli intervistati non hanno letto davvero quei libri (e molti altri ancora) aggiungendo che se io avessi dovuto rispondere a quella domanda avrei strabiliato me stesso elencando le opere immortali con le quali non ho mai avuto commercio di amorosi sensi.

Prendete in mano quello che rimane il più ricco repertorio di opere letterarie, il Dizionario Bompiani delle Opere, trascurando i volumi dedicati ad Autori e a Personaggi.

Nell’edizione attualmente in commercio le Opere contano 5450 pagine. Calcolando a occhio che vi siano in media tre opere per pagina, abbiamo 16.350 opere. Rappresentano tutti i libri mai scritti? Per nulla.

Basta infatti sfogliare un catalogo di libri antichi (o gli schedari di una grande biblioteca) per vedersi sopraffatti da titoli di ogni genere e sulle più varie materie che il Dizionario Bompiani non registra, altrimenti sarebbe non di cinquemila ma di cinquantamila pagine.

Un repertorio del genere registra le opere che costituiscono il Canone, quelle che la cultura ricorda e che considera fondamentali per l’uomo di buona cultura. Le altre rimangono (meritatamente o immeritatalnente) riserva di caccia per studiosi specializzati, eruditi, bibliofili.

Quanto tempo ci vuole per leggere un libro? Parlando sempre dal punto di vista del lettore comune, che dedica alla lettura solo alcune ore del giorno, azzarderei per un’opera di medio volume almeno quattro giorni.

È vero che per leggere Proust o san Tommaso occorrono mesi, ma ci sono capolavori che si leggono in un giorno. Atteniamoci dunque alla media di quattro giorni.

Ora quattro giorni per ogni opera registrata dal Dizionario Bompiani farebbe 65.400 giorni: dividete per 365 e avete quasi 180 anni. Il ragionamento non fa una grinza. Nessuno può aver letto o leggere tutte le opere che contano. Ed è inutile dire che, dovendo scegliere, almeno Cervantes bisognava leggerlo.

E perché? E se per un lettore fossero stati molto più importanti e urgenti Le mille e una notte (tutte) o il Kalevala? Inoltre non si considera che, per i lettori di tempra migliore, quando si ama un’opera la si rilegge più volte lungo il tempo, e coloro che abbiano riletto quattro volte Proust hanno sottratto una infinità di ore alla lettura di altri libri, probabilmente meno essenziali per loro.

E quindi si rassicurino i lettori. Si può essere colti sia avendo letto dieci libri che dieci volte lo stesso libro. Dovrebbero preoccuparsi solo coloro che di libri non ne leggono mai. Ma proprio per questa ragione essi sono gli unici che non avranno mai preoccupazioni di questo genere.

Conclusioni

  • Il disagio verso nuove forme di cattura della memoria si è presentato in ogni tempo.
  • Oggi i libri sono i nostri vecchi.
  • Il libro è un’assicurazione sulla vita, una piccola anticipazione di immortalità.
  • La lettura dei classici è un viaggio alle radici.
  • L’altra bella sorpresa che spesso i classici ci riservano è di accorgerci che erano più moderni di noi.
  • Leggi il Saggio sull’intelletto umano di Locke
  • Si può essere colti sia avendo letto dieci libri che dieci volte lo stesso libro.
  • Quanto tempo ci vuole per leggere un libro? Parlando sempre dal punto di vista del lettore comune, che dedica alla lettura solo alcune ore del giorno, azzarderei per un’opera di medio volume almeno quattro giorni.

Chi è Umberto Eco?

Umberto Eco

Umberto Eco nasce ad Alessandria il 5 gennaio 1932è stato un semiologo, filosofo, scrittore, traduttore, accademico, bibliofilo e medievista italiano. Saggista e intellettuale di fama mondiale, ha scritto numerosi saggi di semiotica, estetica medievale, linguistica e filosofia, oltre a romanzi di successo. Tra i suoi romanzi più famosi figura Il nome della rosa vincitore del Premio Strega e tradotto in più di 40 lingue, che è divenuto un bestseller internazionale avendo venduto oltre 50 milioni di copie in tutto il mondo. Umberto Eco muore a Milano, 19 febbraio 2016.


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2 commenti
  1. Alice
    Alice dice:

    Complimenti per il blog, mi piace molto come scrivi…finalmente qualcuno che non si limita a due parole su un testo con il solo scopo di attirare attenzione! Fai riflettere e apprezzare un’opera proprio perché ne mostri l’anima.
    Anche la tua presentazione è molto carina, si capisce molto bene che sei appassionato di libri. Anche io ho iniziato tardi a leggere e anche io leggo più libri conteporaneamente e ho l’insana idea che sia il libro a decidere quando essere letto…bruttissima idea perché ho sempre più libri di quanti riesca a leggerne.
    Sicuramente non basta una vita per leggere tutti i libri che meriterebbero attenzione e per me la cosa importante, e chi legge dovrebbe avere, è la voglia di migliorarsi e non fissarsi solo su un genere.
    Personalmente l’obiettivo che voglio raggiungere quest’anno è leggere la Divina Commedia non solo in memoria di Dante ma anche perché in questi anni ho solo sfogliato libri di poesie e ho deciso di iniziare proprio da lui…e devo dire che leggerla senza la paura che una professoressa ti metta un brutto voto, è decisamente meglio.

    Rispondi
    • stefano
      stefano dice:

      grazie Alice! Non sai quanto mi fanno piacere le tue belle parole!
      Anche io come te leggo più libri contemporaneamete, siamo un po’ malati di libri 🙂
      La tua idea che sia il libro a decidere quando essere letto è fighissima.. e non ti preoccupare di avere più libri di quanti riesci a leggere. Umberto Eco ha coniato il termine anti-biblioteca proprio per tutti i suoi libri non letti.
      Per quanto riguarda il tuo obiettivo di leggere la Divina Comnmedia, mi sembra una grande idea! Leggere con altri occhi, senza preparare l’interrogazione è tutt’altra cosa.

      Rispondi

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